domenica 28 dicembre 2008
On the wild side of the Art: Bill Viola.
Nato a New York nel 1951, Bill Viola rappresenta una delle molteplici facce dell'arte contemporanea,forse il lato selvaggiamente estremo di essa, la cosiddetta "videoarte", che arriva ad usare schermi al plasma e cristalli liquidi.
Nella mostra ora allestita a Roma (purtroppo solo fino al 6 gennaio,quindi siete nettamente in ritardo se volete vederla), l'artista vuole riprodurre un viaggio creato per chi è alla ricerca di sè.
Si comincia con l'annientamento del vecchio "io": esso deve essere bruciato, distrutto, disintegrato. Nel percorso che stiamo dove stiamo per avventurarci non abbiamo più bisogno di lui. E i nostri occhi tornano vergini di fronte alla purezza delle emozioni, a contatto con le grandi esperienze universali dell'uomo (nascita, morte, natura, conoscenza di sè, relazione con l'altro). Bill Viola non ha paura di affrontare questi grandi temi topici, e lo fa con profondità, crudità, ma soprattutto immediatezza: lo spettatore si trova catapultato nel buio di una stanza a diretto contatto con le percezioni più estreme, intrappolato nella contemplazione delle sue emozioni che passate al rallentatore si dilatano all'infinito. Ridere è faticoso. I volti sono tirati, i sorrisi forzati e innaturali. Sono forse le lacrime ad essere più facili e più congeniali alla natura umana. Il Buddha insegnava che tutta la vita è sofferenza. E l'arte di Viola ha le sue radici anche in questo, nell'arte occidentale e orientale, così come nelle diverse tradizioni spirituali, dal buddismo zen, al sufismo islamico, passando per il misticismo cristiano.
E' inoltre un'arte che si sviluppa prendendo come mezzo di comunicazione proprio il "video", emblema supremo della modernità e della cultura di massa. In una società che ruota intorno all'"ossessione dello sguardo", in cui tutto passa, prima di ogni altra cosa, attraverso gli occhi, non poteva esserci scelta più democratica, capace di coinvolgere un più ampio pubblico, proprio per la sua "facile fruibilità".
E riguardo il tema "fruibilità" sorge un punto che a me pare controverso.
Le video installazioni di Viola (in tutto 16 alla mostra di Palazzo delle Esposizioni) hanno un tempo di durata che va dagli 8 ai 130 minuti. Ognuno, nel suo modo di godere di un'opera d'arte, è certamente libero di usufruire del tempo che a lui sembra più congeniale. Eppure ciascuna di queste opere presuppone un inizio e una fine, una durata stabilita e limitata nel tempo, anche se potenzialmente infinita nel suo continuo ripetersi. Non potrebbe questo costituire un limite per lo spettatore? E' come se qualcuno imponesse, per la visione, per esempio, dell'Apollo e Dafne del Bernini, un tempo massimo di 15 minuti. Sotto questo aspetto la questione potrebbe sembrare paradossale, se si analizzano bene i termini ci si accorge che in realtà non lo è.
Forse è sbagliato parlare di tempi, regole, pubblico, quando si tratta di arte contemporanea. Nell'arte di oggi non esiste un limite, un confine, un canone. L'arte è tutto ciò che è fatto con consapevolezza, anche la consapevolezza di una solida tradizione alle spalle. E il peso della tradizione si trova anche in un artista radicale come Viola, dove non mancano i riferimenti alle iconografie e agli artisti classici, dalla "Pietà" , alla Deposizione baglioni, fino alla "Conversazione" del Pontormo.
L'arte continua a reinventare se stessa cercando il suo cantuccio all'interno di una società che l'ha quasi dimenticata, ma non arriva mai a rinnegare le sue origini, e le numerose generazioni di artisti che l'hanno plasmata.
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