"La cittadinanza è un confine in movimento, l'esito di un processo attraverso cui gruppi, diritti, equilibri di una società continuamente si ridefiniscono."
La cittadinanza è un vincolo imprescindibile di appartenenza ad uno stato, è un insieme di diritti e doveri, è la rivendicazione del nostro status di cittadini all'interno di una comunità. La cittadinanza non è il presupposto del nostro vivere sociale e, in fondo, rappresenta le fondamenta del nostro essere "uomini". Il termine cittadinanza deriva da quel primitivo embrione di societas che vide la luce nell'antica Grecia, la πολισ, la città stato, primaria forma di governo, genitrice di quelle a venire. E non era forse per i Greci l'essere cittadini di una determinata polis, con il suo agglomerato di leggi, la conditio sine qua non si era uomini, ma barbaroi ?
A tal punto l'appartenere ad una data comunità, piccola o grande che sia, forma la nostra identità e lascia un segno indelebile, una traccia che ci fa riconoscere in lei anche quando siamo lontani. Per questo la perdita della cittadinanza priva l'individuo, oltre che della sua tutela giuridica, anche della sua identità.
Durante il Ventennio molti cittadini italiani furono privati della cittadinanza per l'emanazione delle "Leggi Razziali": vennero negati agli Ebrei tutti i diritti legati allo "status" di cittadino italiano.
(REGIO DECRETO-LEGGE 7 settembre 1938-XVI:
Art.3 Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al I gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.
REGIO DECRETO-LEGGE 5 settembre 1938-XVI:
Art.1 all'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative,a cii studi sia riconosciuto effetto legale,non potranno essere ammesse persone di razza ebraica,anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto;ne potranno essere ammesse all'assistentato,nel al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.)
Un duro colpo per il giovane Leone Ginzburg. Ebreo, nativo di Odessa, si trasferisce a Torino nel 1920 all'età di undici anni. Frequenta il ginnasio Gioberti e il liceo D’Azeglio, che diventerà la fucina di idee dei roventi anni del fascismo, dove si formerà la “confraternita” degli allievi del Professore Augusto Monti. Sono anni importanti e decisivi per la maturazione culturale e politica di Leone, da sempre fervente antifascista. E dall’importante sodalizio con Giulio Einaudi, con la collaborazione di Cesare Pavese, nascerà la casa editrice Einaudi.
Avendo ottenuto nel 1932 la libera docenza in letteratura russa all’università di Torino, nel 1934 è invitato a prestare giuramento al regime fascista. L’8 gennaio 1934 Ginzburg scrive al preside di facoltà, Ferdinando Neri, rifiutando di giurare. Riporto brevemente la lettera come magistrale esempio di integrità morale ancor più che politica, integrità che condizionerà tutto il suo agire, il suo modo di pensare fino alla morte:
Illustre professore,
ricevo la circolare del Magnifico Rettore,in data 3 gennaio,che mi invita a prestare giuramento la mattina del 9 corr. Alle ore 11, con la formula stabilita dall’articolo 123 del T.U. delle leggi sull’Istruzione superiore. Ho rinunciato da un certo tempo,come Ella sa bene, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche e scientifiche. Non intendo perciò prestare il giuramento sopra accennato.
Una decisione irrevocabile, che non ammette compromessi. Il rifiuto del giuramento non era stato per Ginzburg una scelta morale, ma un chiara negazione a “quel surplus di richiesta dello stato fascista, al progressivo trasformarsi di cittadinanza e nazionalità in un veramente antinazionale nazionalismo” (come scriverà poi Leone stesso).
A partire da ciò arriviamo ora alla questione della cittadinanza. Nel 1931 Leone acquisisce la cittadinanza italiana, ed è significativa la sua astensione politica prima di quella data. Perchè Leone aspettò di divenire cittadino italiano prima di iniziare l’attività politica antifascista? Una risposta chiara è riportata nelle parole di Vittorio Foa: “egli aveva assunto la tradizione italiana come fondamento del suo antifascismo(…)Era in qualche modo in anticipo rispetto all’autunno del 1943 quando lo Stato si dissolse e i residenti cercarono di ricostruire con la lotta l’identità nazionale che il fascismo aveva distrutto”.
Identità e senso di appartenenza sono le basi indispensabili di una qualsiasi lotta antifascista. Non si può criticare né combattere qualcosa a cui non si appartiene. Leone aveva naturalizzato la tradizione italiana, ne aveva assimilato la parte migliore, come si coglie nelle pagine incompiute del saggio dedicato al Risorgimento, e l’impegno politico militante non fu che l’esito naturale di questo iter. Dalle parole di Ginzburg a Croce si coglie chiaramente quale ferita aveva rappresentato per lui la revoca della cittadinanza italiana, che rivendica a pieno diritto, come qualcosa di suo: “Io,per quanto mi concerne,non vorrei domandare nessuna concessione speciale; le chiedo bensì che mi sia resa giustizia”.
Un’altra testimonianza di quegli anni, quando gli ebrei lasciarono l’Italia o, insieme ai dissidenti politici, vennero mandati al confino, ci è data attraverso le parole di Natalia, che Leone sposa nel 1938:
“Ci avevano levato, a lui e a me, il passaporto. Lui aveva perso la cittadinanza,era diventato apolide. -Se avessimo il passaporto Nansen! - io dicevo sempre - Se avessi il passaporto Nansen!-. Era un passaporto speciale,che concedevano a certi apolidi importanti. Lui una volta me ne aveva accennato. Avere il passaporto Nansen mi sembrava la cosa più bella del mondo: eppure in fondo non avremmo voluto,né lui né io, andarcene dall’ Italia. Lui aveva avuto, quando ancora gli sarebbe stato possibile partire, l’offerta di lavorare a Parigi, nel gruppo che era stato di Rosselli. Aveva rifiutato. Non voleva diventare un emigrato, un fuoriuscito.”
Il passaporto Nansen era un passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni a profughi e rifugiati politici. Concepito nel 1922 da Fridtjof Nansen, nel 1942 era riconosciuto dai governi di 52 paesi. I passaporti Nansen permisero a centinaia di migliaia di persone apolidi l’immigrazione di un paese diverso da quello di origine.
Eppure Natalia appare categorica quando dice che mai avrebbero voluto lasciare l’Italia, né lei né Leone. Leone avrebbe potuto emigrare, e ciò nonostante continuò a cercare di curare, dall’interno, un organismo ormai malato e corroborato dal fascismo. La sua condizione di apolide certo gli pesava, e lo opprimeva il senso di essere stato privato dell’appartenenza a una patria che aveva naturalizzato come propria e a cui stava dedicando le sue forze migliori. Eppure non smise mai di adoperarsi, di mettere a servizio per una giusta causa la sua intelligenza, sia nell’attività clandestina, sia in Giustizia e Libertà (nucleo del futuro Partito d’Azione), per non dimenticare l’intensa attività editoriale svolta attraverso la casa editrice Einaudi.
Come Leone, molti altri ebrei stranieri divenuti italiani, vennero pian piano scarnificati di ogni diritto. In primis proprio quello della cittadinanza. Di conseguenza, essere spogliati della cittadinanza del paese acquisito come proprio, non diventa più solo una condizione giuridica di mancanza dei diritti fondamentali, tutelati a un cittadino da uno stato, ma morale. Diviene improvvisamente impossibile riconoscere un qualsiasi luogo come proprio, e siamo svuotati del senso di appartenenza di cui tanto si nutre l’animo umano. Appartenere vuol dire essere: se smettiamo di essere parte dell’organismo statale in cui viviamo, smettiamo di essere cittadini e, di conseguenza, quasi uomini.
Questo fu senza dubbio l’obiettivo principale dello stato fascista nei confronti degli ebrei e di tutti quelli che vennero deportati o perseguiti dalle leggi razziali: privarli della loro condizione di essere umani.
Concludo riportando la testimonianza di un amico di Leone, che ben esemplifica la “vita spezzata”, quella di Ginzburg e di quelli che morirono per salvare uno stato di cui, prima di tutto, erano cittadini:
“Leone è morto senza dire l’ultima parola,senza dire addio a nessuno,senza lasciarci un messaggio.(…)E’ morto solo,come se non avesse più nulla da dire, invece il suo discorso era appena cominciato.”
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che amica impegnata e colta che ho ;)
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