Non è facile per me, che posso dire di conoscere bene Paolo, scrivere una recensione sul suo libro. Leggerlo significa innanzitutto calarsi negli antri della sua mente (o dovrei dire anima?), rimanendovi in qualche modo imprigionati. Eppure l’autobiografismo, che permea tutto l’andamento narrativo, assurge a valore, sentimento, emozione universale. Tra le pagine, scorrendo via via le parole, si è come sospesi sull’orlo di un precipizio: è il limen che divide la sanità mentale dalla pazzia, il sottile filo rosso che separa l’autocontrollo dall’abbandono al piacere dei sensi. E siamo continuamente trascinati, in preda a un furore quasi bacchico, tra due modi opposti di concepire la vita: con gli occhi di un fallace, ma apparentemente lucido, Astolfo osserviamo i senni degli uomini sparsi in ogni dove sulla superficie lunare, con la follia di oloaP (l’alterego, l’anima di Paolo) siamo preda della torbida passione amorosa. E’ un continuo entrare ed uscire tra queste realtà, a volte distanti, a volta complementari, ma che non mancano mai di farci sentire parte della voce narrante, parte delle sue sensazioni, delle sue elucubrazioni, della ricerca disperata di una identità.
L’amore è per Paolo un rito di iniziazione al godere, al fruire estremo dell’esistenza: e tale è Inma, la ragazza spagnola protagonista di uno dei capitoli più intensi, che insegna a Paolo il gioco pericoloso e intenso dell’amore, ma soprattutto, dell’amare e dell’essere riamati. E tali sono le altre donne, quasi tutte bionde e dai capelli ricci, che si impadroniranno di lui, o meglio, della sua ragione, della sua facoltà razionale di analizzare le situazioni. E, alla fine, sospeso senz’ali nel folle volo della pazzia, nella prigione di un sogno, il ritorno catartico a se stesso, inteso come la riconquista della pace, con i piedi per terra, dentro il mondo.
Rinnovati da questo viaggio spirituale, allora ci sentiamo anche noi più parte di questo mondo e, come Paolo, siamo arricchiti di una consapevolezza inedita che ci forgia uomini nuovi. Perché tutto ha uno scopo ed è sempre possibile rinascere, anche dal dolore più grande.
domenica 26 aprile 2009
venerdì 16 gennaio 2009
Leone Ginzburg, storia di un apolide illustre.
"La cittadinanza è un confine in movimento, l'esito di un processo attraverso cui gruppi, diritti, equilibri di una società continuamente si ridefiniscono."
La cittadinanza è un vincolo imprescindibile di appartenenza ad uno stato, è un insieme di diritti e doveri, è la rivendicazione del nostro status di cittadini all'interno di una comunità. La cittadinanza non è il presupposto del nostro vivere sociale e, in fondo, rappresenta le fondamenta del nostro essere "uomini". Il termine cittadinanza deriva da quel primitivo embrione di societas che vide la luce nell'antica Grecia, la πολισ, la città stato, primaria forma di governo, genitrice di quelle a venire. E non era forse per i Greci l'essere cittadini di una determinata polis, con il suo agglomerato di leggi, la conditio sine qua non si era uomini, ma barbaroi ?
A tal punto l'appartenere ad una data comunità, piccola o grande che sia, forma la nostra identità e lascia un segno indelebile, una traccia che ci fa riconoscere in lei anche quando siamo lontani. Per questo la perdita della cittadinanza priva l'individuo, oltre che della sua tutela giuridica, anche della sua identità.
Durante il Ventennio molti cittadini italiani furono privati della cittadinanza per l'emanazione delle "Leggi Razziali": vennero negati agli Ebrei tutti i diritti legati allo "status" di cittadino italiano.
(REGIO DECRETO-LEGGE 7 settembre 1938-XVI:
Art.3 Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al I gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.
REGIO DECRETO-LEGGE 5 settembre 1938-XVI:
Art.1 all'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative,a cii studi sia riconosciuto effetto legale,non potranno essere ammesse persone di razza ebraica,anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto;ne potranno essere ammesse all'assistentato,nel al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.)
Un duro colpo per il giovane Leone Ginzburg. Ebreo, nativo di Odessa, si trasferisce a Torino nel 1920 all'età di undici anni. Frequenta il ginnasio Gioberti e il liceo D’Azeglio, che diventerà la fucina di idee dei roventi anni del fascismo, dove si formerà la “confraternita” degli allievi del Professore Augusto Monti. Sono anni importanti e decisivi per la maturazione culturale e politica di Leone, da sempre fervente antifascista. E dall’importante sodalizio con Giulio Einaudi, con la collaborazione di Cesare Pavese, nascerà la casa editrice Einaudi.
Avendo ottenuto nel 1932 la libera docenza in letteratura russa all’università di Torino, nel 1934 è invitato a prestare giuramento al regime fascista. L’8 gennaio 1934 Ginzburg scrive al preside di facoltà, Ferdinando Neri, rifiutando di giurare. Riporto brevemente la lettera come magistrale esempio di integrità morale ancor più che politica, integrità che condizionerà tutto il suo agire, il suo modo di pensare fino alla morte:
Illustre professore,
ricevo la circolare del Magnifico Rettore,in data 3 gennaio,che mi invita a prestare giuramento la mattina del 9 corr. Alle ore 11, con la formula stabilita dall’articolo 123 del T.U. delle leggi sull’Istruzione superiore. Ho rinunciato da un certo tempo,come Ella sa bene, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche e scientifiche. Non intendo perciò prestare il giuramento sopra accennato.
Una decisione irrevocabile, che non ammette compromessi. Il rifiuto del giuramento non era stato per Ginzburg una scelta morale, ma un chiara negazione a “quel surplus di richiesta dello stato fascista, al progressivo trasformarsi di cittadinanza e nazionalità in un veramente antinazionale nazionalismo” (come scriverà poi Leone stesso).
A partire da ciò arriviamo ora alla questione della cittadinanza. Nel 1931 Leone acquisisce la cittadinanza italiana, ed è significativa la sua astensione politica prima di quella data. Perchè Leone aspettò di divenire cittadino italiano prima di iniziare l’attività politica antifascista? Una risposta chiara è riportata nelle parole di Vittorio Foa: “egli aveva assunto la tradizione italiana come fondamento del suo antifascismo(…)Era in qualche modo in anticipo rispetto all’autunno del 1943 quando lo Stato si dissolse e i residenti cercarono di ricostruire con la lotta l’identità nazionale che il fascismo aveva distrutto”.
Identità e senso di appartenenza sono le basi indispensabili di una qualsiasi lotta antifascista. Non si può criticare né combattere qualcosa a cui non si appartiene. Leone aveva naturalizzato la tradizione italiana, ne aveva assimilato la parte migliore, come si coglie nelle pagine incompiute del saggio dedicato al Risorgimento, e l’impegno politico militante non fu che l’esito naturale di questo iter. Dalle parole di Ginzburg a Croce si coglie chiaramente quale ferita aveva rappresentato per lui la revoca della cittadinanza italiana, che rivendica a pieno diritto, come qualcosa di suo: “Io,per quanto mi concerne,non vorrei domandare nessuna concessione speciale; le chiedo bensì che mi sia resa giustizia”.
Un’altra testimonianza di quegli anni, quando gli ebrei lasciarono l’Italia o, insieme ai dissidenti politici, vennero mandati al confino, ci è data attraverso le parole di Natalia, che Leone sposa nel 1938:
“Ci avevano levato, a lui e a me, il passaporto. Lui aveva perso la cittadinanza,era diventato apolide. -Se avessimo il passaporto Nansen! - io dicevo sempre - Se avessi il passaporto Nansen!-. Era un passaporto speciale,che concedevano a certi apolidi importanti. Lui una volta me ne aveva accennato. Avere il passaporto Nansen mi sembrava la cosa più bella del mondo: eppure in fondo non avremmo voluto,né lui né io, andarcene dall’ Italia. Lui aveva avuto, quando ancora gli sarebbe stato possibile partire, l’offerta di lavorare a Parigi, nel gruppo che era stato di Rosselli. Aveva rifiutato. Non voleva diventare un emigrato, un fuoriuscito.”
Il passaporto Nansen era un passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni a profughi e rifugiati politici. Concepito nel 1922 da Fridtjof Nansen, nel 1942 era riconosciuto dai governi di 52 paesi. I passaporti Nansen permisero a centinaia di migliaia di persone apolidi l’immigrazione di un paese diverso da quello di origine.
Eppure Natalia appare categorica quando dice che mai avrebbero voluto lasciare l’Italia, né lei né Leone. Leone avrebbe potuto emigrare, e ciò nonostante continuò a cercare di curare, dall’interno, un organismo ormai malato e corroborato dal fascismo. La sua condizione di apolide certo gli pesava, e lo opprimeva il senso di essere stato privato dell’appartenenza a una patria che aveva naturalizzato come propria e a cui stava dedicando le sue forze migliori. Eppure non smise mai di adoperarsi, di mettere a servizio per una giusta causa la sua intelligenza, sia nell’attività clandestina, sia in Giustizia e Libertà (nucleo del futuro Partito d’Azione), per non dimenticare l’intensa attività editoriale svolta attraverso la casa editrice Einaudi.
Come Leone, molti altri ebrei stranieri divenuti italiani, vennero pian piano scarnificati di ogni diritto. In primis proprio quello della cittadinanza. Di conseguenza, essere spogliati della cittadinanza del paese acquisito come proprio, non diventa più solo una condizione giuridica di mancanza dei diritti fondamentali, tutelati a un cittadino da uno stato, ma morale. Diviene improvvisamente impossibile riconoscere un qualsiasi luogo come proprio, e siamo svuotati del senso di appartenenza di cui tanto si nutre l’animo umano. Appartenere vuol dire essere: se smettiamo di essere parte dell’organismo statale in cui viviamo, smettiamo di essere cittadini e, di conseguenza, quasi uomini.
Questo fu senza dubbio l’obiettivo principale dello stato fascista nei confronti degli ebrei e di tutti quelli che vennero deportati o perseguiti dalle leggi razziali: privarli della loro condizione di essere umani.
Concludo riportando la testimonianza di un amico di Leone, che ben esemplifica la “vita spezzata”, quella di Ginzburg e di quelli che morirono per salvare uno stato di cui, prima di tutto, erano cittadini:
“Leone è morto senza dire l’ultima parola,senza dire addio a nessuno,senza lasciarci un messaggio.(…)E’ morto solo,come se non avesse più nulla da dire, invece il suo discorso era appena cominciato.”
La cittadinanza è un vincolo imprescindibile di appartenenza ad uno stato, è un insieme di diritti e doveri, è la rivendicazione del nostro status di cittadini all'interno di una comunità. La cittadinanza non è il presupposto del nostro vivere sociale e, in fondo, rappresenta le fondamenta del nostro essere "uomini". Il termine cittadinanza deriva da quel primitivo embrione di societas che vide la luce nell'antica Grecia, la πολισ, la città stato, primaria forma di governo, genitrice di quelle a venire. E non era forse per i Greci l'essere cittadini di una determinata polis, con il suo agglomerato di leggi, la conditio sine qua non si era uomini, ma barbaroi ?
A tal punto l'appartenere ad una data comunità, piccola o grande che sia, forma la nostra identità e lascia un segno indelebile, una traccia che ci fa riconoscere in lei anche quando siamo lontani. Per questo la perdita della cittadinanza priva l'individuo, oltre che della sua tutela giuridica, anche della sua identità.
Durante il Ventennio molti cittadini italiani furono privati della cittadinanza per l'emanazione delle "Leggi Razziali": vennero negati agli Ebrei tutti i diritti legati allo "status" di cittadino italiano.
(REGIO DECRETO-LEGGE 7 settembre 1938-XVI:
Art.3 Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al I gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.
REGIO DECRETO-LEGGE 5 settembre 1938-XVI:
Art.1 all'ufficio di insegnante nelle scuole statali o parastatali di qualsiasi ordine e grado e nelle scuole non governative,a cii studi sia riconosciuto effetto legale,non potranno essere ammesse persone di razza ebraica,anche se siano state comprese in graduatorie di concorso anteriormente al presente decreto;ne potranno essere ammesse all'assistentato,nel al conseguimento dell'abilitazione alla libera docenza.)
Un duro colpo per il giovane Leone Ginzburg. Ebreo, nativo di Odessa, si trasferisce a Torino nel 1920 all'età di undici anni. Frequenta il ginnasio Gioberti e il liceo D’Azeglio, che diventerà la fucina di idee dei roventi anni del fascismo, dove si formerà la “confraternita” degli allievi del Professore Augusto Monti. Sono anni importanti e decisivi per la maturazione culturale e politica di Leone, da sempre fervente antifascista. E dall’importante sodalizio con Giulio Einaudi, con la collaborazione di Cesare Pavese, nascerà la casa editrice Einaudi.
Avendo ottenuto nel 1932 la libera docenza in letteratura russa all’università di Torino, nel 1934 è invitato a prestare giuramento al regime fascista. L’8 gennaio 1934 Ginzburg scrive al preside di facoltà, Ferdinando Neri, rifiutando di giurare. Riporto brevemente la lettera come magistrale esempio di integrità morale ancor più che politica, integrità che condizionerà tutto il suo agire, il suo modo di pensare fino alla morte:
Illustre professore,
ricevo la circolare del Magnifico Rettore,in data 3 gennaio,che mi invita a prestare giuramento la mattina del 9 corr. Alle ore 11, con la formula stabilita dall’articolo 123 del T.U. delle leggi sull’Istruzione superiore. Ho rinunciato da un certo tempo,come Ella sa bene, a percorrere la carriera universitaria, e desidero che al mio insegnamento non siano poste condizioni se non tecniche e scientifiche. Non intendo perciò prestare il giuramento sopra accennato.
Una decisione irrevocabile, che non ammette compromessi. Il rifiuto del giuramento non era stato per Ginzburg una scelta morale, ma un chiara negazione a “quel surplus di richiesta dello stato fascista, al progressivo trasformarsi di cittadinanza e nazionalità in un veramente antinazionale nazionalismo” (come scriverà poi Leone stesso).
A partire da ciò arriviamo ora alla questione della cittadinanza. Nel 1931 Leone acquisisce la cittadinanza italiana, ed è significativa la sua astensione politica prima di quella data. Perchè Leone aspettò di divenire cittadino italiano prima di iniziare l’attività politica antifascista? Una risposta chiara è riportata nelle parole di Vittorio Foa: “egli aveva assunto la tradizione italiana come fondamento del suo antifascismo(…)Era in qualche modo in anticipo rispetto all’autunno del 1943 quando lo Stato si dissolse e i residenti cercarono di ricostruire con la lotta l’identità nazionale che il fascismo aveva distrutto”.
Identità e senso di appartenenza sono le basi indispensabili di una qualsiasi lotta antifascista. Non si può criticare né combattere qualcosa a cui non si appartiene. Leone aveva naturalizzato la tradizione italiana, ne aveva assimilato la parte migliore, come si coglie nelle pagine incompiute del saggio dedicato al Risorgimento, e l’impegno politico militante non fu che l’esito naturale di questo iter. Dalle parole di Ginzburg a Croce si coglie chiaramente quale ferita aveva rappresentato per lui la revoca della cittadinanza italiana, che rivendica a pieno diritto, come qualcosa di suo: “Io,per quanto mi concerne,non vorrei domandare nessuna concessione speciale; le chiedo bensì che mi sia resa giustizia”.
Un’altra testimonianza di quegli anni, quando gli ebrei lasciarono l’Italia o, insieme ai dissidenti politici, vennero mandati al confino, ci è data attraverso le parole di Natalia, che Leone sposa nel 1938:
“Ci avevano levato, a lui e a me, il passaporto. Lui aveva perso la cittadinanza,era diventato apolide. -Se avessimo il passaporto Nansen! - io dicevo sempre - Se avessi il passaporto Nansen!-. Era un passaporto speciale,che concedevano a certi apolidi importanti. Lui una volta me ne aveva accennato. Avere il passaporto Nansen mi sembrava la cosa più bella del mondo: eppure in fondo non avremmo voluto,né lui né io, andarcene dall’ Italia. Lui aveva avuto, quando ancora gli sarebbe stato possibile partire, l’offerta di lavorare a Parigi, nel gruppo che era stato di Rosselli. Aveva rifiutato. Non voleva diventare un emigrato, un fuoriuscito.”
Il passaporto Nansen era un passaporto internazionalmente riconosciuto rilasciato dalla Società delle Nazioni a profughi e rifugiati politici. Concepito nel 1922 da Fridtjof Nansen, nel 1942 era riconosciuto dai governi di 52 paesi. I passaporti Nansen permisero a centinaia di migliaia di persone apolidi l’immigrazione di un paese diverso da quello di origine.
Eppure Natalia appare categorica quando dice che mai avrebbero voluto lasciare l’Italia, né lei né Leone. Leone avrebbe potuto emigrare, e ciò nonostante continuò a cercare di curare, dall’interno, un organismo ormai malato e corroborato dal fascismo. La sua condizione di apolide certo gli pesava, e lo opprimeva il senso di essere stato privato dell’appartenenza a una patria che aveva naturalizzato come propria e a cui stava dedicando le sue forze migliori. Eppure non smise mai di adoperarsi, di mettere a servizio per una giusta causa la sua intelligenza, sia nell’attività clandestina, sia in Giustizia e Libertà (nucleo del futuro Partito d’Azione), per non dimenticare l’intensa attività editoriale svolta attraverso la casa editrice Einaudi.
Come Leone, molti altri ebrei stranieri divenuti italiani, vennero pian piano scarnificati di ogni diritto. In primis proprio quello della cittadinanza. Di conseguenza, essere spogliati della cittadinanza del paese acquisito come proprio, non diventa più solo una condizione giuridica di mancanza dei diritti fondamentali, tutelati a un cittadino da uno stato, ma morale. Diviene improvvisamente impossibile riconoscere un qualsiasi luogo come proprio, e siamo svuotati del senso di appartenenza di cui tanto si nutre l’animo umano. Appartenere vuol dire essere: se smettiamo di essere parte dell’organismo statale in cui viviamo, smettiamo di essere cittadini e, di conseguenza, quasi uomini.
Questo fu senza dubbio l’obiettivo principale dello stato fascista nei confronti degli ebrei e di tutti quelli che vennero deportati o perseguiti dalle leggi razziali: privarli della loro condizione di essere umani.
Concludo riportando la testimonianza di un amico di Leone, che ben esemplifica la “vita spezzata”, quella di Ginzburg e di quelli che morirono per salvare uno stato di cui, prima di tutto, erano cittadini:
“Leone è morto senza dire l’ultima parola,senza dire addio a nessuno,senza lasciarci un messaggio.(…)E’ morto solo,come se non avesse più nulla da dire, invece il suo discorso era appena cominciato.”
sabato 10 gennaio 2009
Perchè impariamo a non prenderci mai troppo sul serio, noi, pseudo- scientisti del guazzabuglio del cuore umano.
"S'i fosse cuoco, strozzerei un pollo;
a foco lento io l'arrostarei,
con erbe e spezie lo profumerei,
in olio caldo lo terrei a mollo.
Se fosser tanti sarei allor giocondo,
chè tutti amici allor inviterei;
se fosser dieci o più, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
Se fosse cotto, andarei da mia madre,
e petto e coscia offrirei a lei;
similmente farìa con mi' padre,
se fosse grosso ancor per tutt' e tre:
porrei patate giovani e leggiardre,
verzure e spezie, e aglio e sale e pepe."
Tratto da "Francesco De Sanctis, Parastoria della letteratura italiana, la fantasaggistica e l'impero del verosimile, autentico falso d'autore." di Vittorio Caratozzolo.
a foco lento io l'arrostarei,
con erbe e spezie lo profumerei,
in olio caldo lo terrei a mollo.
Se fosser tanti sarei allor giocondo,
chè tutti amici allor inviterei;
se fosser dieci o più, sa' che farei?
a tutti mozzarei lo capo a tondo.
Se fosse cotto, andarei da mia madre,
e petto e coscia offrirei a lei;
similmente farìa con mi' padre,
se fosse grosso ancor per tutt' e tre:
porrei patate giovani e leggiardre,
verzure e spezie, e aglio e sale e pepe."
Tratto da "Francesco De Sanctis, Parastoria della letteratura italiana, la fantasaggistica e l'impero del verosimile, autentico falso d'autore." di Vittorio Caratozzolo.
mercoledì 31 dicembre 2008
Giovanni Bellini,l'Ebrezza di Noè,1516
domenica 28 dicembre 2008
On the wild side of the Art: Bill Viola.
Nato a New York nel 1951, Bill Viola rappresenta una delle molteplici facce dell'arte contemporanea,forse il lato selvaggiamente estremo di essa, la cosiddetta "videoarte", che arriva ad usare schermi al plasma e cristalli liquidi.
Nella mostra ora allestita a Roma (purtroppo solo fino al 6 gennaio,quindi siete nettamente in ritardo se volete vederla), l'artista vuole riprodurre un viaggio creato per chi è alla ricerca di sè.
Si comincia con l'annientamento del vecchio "io": esso deve essere bruciato, distrutto, disintegrato. Nel percorso che stiamo dove stiamo per avventurarci non abbiamo più bisogno di lui. E i nostri occhi tornano vergini di fronte alla purezza delle emozioni, a contatto con le grandi esperienze universali dell'uomo (nascita, morte, natura, conoscenza di sè, relazione con l'altro). Bill Viola non ha paura di affrontare questi grandi temi topici, e lo fa con profondità, crudità, ma soprattutto immediatezza: lo spettatore si trova catapultato nel buio di una stanza a diretto contatto con le percezioni più estreme, intrappolato nella contemplazione delle sue emozioni che passate al rallentatore si dilatano all'infinito. Ridere è faticoso. I volti sono tirati, i sorrisi forzati e innaturali. Sono forse le lacrime ad essere più facili e più congeniali alla natura umana. Il Buddha insegnava che tutta la vita è sofferenza. E l'arte di Viola ha le sue radici anche in questo, nell'arte occidentale e orientale, così come nelle diverse tradizioni spirituali, dal buddismo zen, al sufismo islamico, passando per il misticismo cristiano.
E' inoltre un'arte che si sviluppa prendendo come mezzo di comunicazione proprio il "video", emblema supremo della modernità e della cultura di massa. In una società che ruota intorno all'"ossessione dello sguardo", in cui tutto passa, prima di ogni altra cosa, attraverso gli occhi, non poteva esserci scelta più democratica, capace di coinvolgere un più ampio pubblico, proprio per la sua "facile fruibilità".
E riguardo il tema "fruibilità" sorge un punto che a me pare controverso.
Le video installazioni di Viola (in tutto 16 alla mostra di Palazzo delle Esposizioni) hanno un tempo di durata che va dagli 8 ai 130 minuti. Ognuno, nel suo modo di godere di un'opera d'arte, è certamente libero di usufruire del tempo che a lui sembra più congeniale. Eppure ciascuna di queste opere presuppone un inizio e una fine, una durata stabilita e limitata nel tempo, anche se potenzialmente infinita nel suo continuo ripetersi. Non potrebbe questo costituire un limite per lo spettatore? E' come se qualcuno imponesse, per la visione, per esempio, dell'Apollo e Dafne del Bernini, un tempo massimo di 15 minuti. Sotto questo aspetto la questione potrebbe sembrare paradossale, se si analizzano bene i termini ci si accorge che in realtà non lo è.
Forse è sbagliato parlare di tempi, regole, pubblico, quando si tratta di arte contemporanea. Nell'arte di oggi non esiste un limite, un confine, un canone. L'arte è tutto ciò che è fatto con consapevolezza, anche la consapevolezza di una solida tradizione alle spalle. E il peso della tradizione si trova anche in un artista radicale come Viola, dove non mancano i riferimenti alle iconografie e agli artisti classici, dalla "Pietà" , alla Deposizione baglioni, fino alla "Conversazione" del Pontormo.
L'arte continua a reinventare se stessa cercando il suo cantuccio all'interno di una società che l'ha quasi dimenticata, ma non arriva mai a rinnegare le sue origini, e le numerose generazioni di artisti che l'hanno plasmata.
Nostalgia..
E' una monotona domenica pomeriggio...
E piove,fa freddo...è strano. A Roma di solito non fa quasi mai freddo. Però certi giorni,settimane anche, succede, che faccia freddo. Si assiste quasi ad un moto di ribellione contro questa calamità naturale. E ciò si verifica non solo in famiglia,( dove l'evento è rigorosamente macroscopico con tanto di mamma che appena ti alzi comincia ad elencare temperatura-umidità-venti-ecc.. e nonna che chiama appositamente per sapere come-ti-vesti-se-esci?) quanto nella gente per strada che, non abituata più di tanto a giacche,giacconi, felpe, felponi, guanti, cappelloni e chi più ne ha più ne metta, ostenta un non so che di goffo e maldestro.
E' singolare Roma quando fa' freddo. l'argomento "gelo e pioggia" diventa il preferito in ogni luogo di ritrovo, senza alcuna distinzione tra anziani e bambini, fanciulli e faciulle. Tutti parlano escusivamente della "anormale situazione climatica".
La gente, inoltre, smette di andare in giro a piedi, se non è, come me, necessariamente costretta. E allora ecco formarsi i più grandi ingorghi che la capitale abbia mai visto, tutti nervosi, tutti di fretta, tutti bagnati, tutti che "strombazzano" l'uno contro l'altro.
Ma Roma è anche questa indisciplinata irrazionalità.
E come si fa a non amarla?
E piove,fa freddo...è strano. A Roma di solito non fa quasi mai freddo. Però certi giorni,settimane anche, succede, che faccia freddo. Si assiste quasi ad un moto di ribellione contro questa calamità naturale. E ciò si verifica non solo in famiglia,( dove l'evento è rigorosamente macroscopico con tanto di mamma che appena ti alzi comincia ad elencare temperatura-umidità-venti-ecc.. e nonna che chiama appositamente per sapere come-ti-vesti-se-esci?) quanto nella gente per strada che, non abituata più di tanto a giacche,giacconi, felpe, felponi, guanti, cappelloni e chi più ne ha più ne metta, ostenta un non so che di goffo e maldestro.
E' singolare Roma quando fa' freddo. l'argomento "gelo e pioggia" diventa il preferito in ogni luogo di ritrovo, senza alcuna distinzione tra anziani e bambini, fanciulli e faciulle. Tutti parlano escusivamente della "anormale situazione climatica".
La gente, inoltre, smette di andare in giro a piedi, se non è, come me, necessariamente costretta. E allora ecco formarsi i più grandi ingorghi che la capitale abbia mai visto, tutti nervosi, tutti di fretta, tutti bagnati, tutti che "strombazzano" l'uno contro l'altro.
Ma Roma è anche questa indisciplinata irrazionalità.
E come si fa a non amarla?
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